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Ott 06 2008

Pale di S. Martino

Pubblicato da Vincenzo in Trekking

Agosto non è ancora finito e già la prima settimana di lavoro se ne sta andando.
Tanta la voglia di sentirsi ancora in ferie. Pale di S. Martino? Pale di S. Martino!
Da qualche parte lungo la parete del Cimon della Pala si snoda la ferrata Lugli che tanti dicono essere bella. Anche il Cai di Milano l’ha proposta qualche tempo fa.
Porta al Bivacco Fiamme Gialle e quindi consente la salita della Cima Vezzana, la più alta del gruppo.
Sono con Giovanni l’appassionato fotografo e alpinista con cui ho salito un po’di montagne, prima fra tutte il Bianco, tanti anni fa.
Il tempo dovrebbe tenere anche se è più probabile il variabile. Traffico lungo l’autostrada del Brennero. Decidiamo di uscire poco prima di Trento per la Val di Cembra. Valle della memoria. Personale e collettiva. Il corso di fotografia e l’incidente del Cermis.
Sosta per mangiare in una area pic-nic attrezzata lungo la strada. All’ombra: è una fortuna. Sotto si svolge la valle. La fame ci fa apprezzare e consumare tutto il cibo acquistato al discount, poco prima.
Si riparte alle 14:00 con qualche dubbio di riuscire a raggiungere in tempo la funivia che non sappiamo quando chiude. Preferiamo lasciarci alle spalle Paneveggio e il parco senza una sosta. Risaliamo verso il Passo Rolle. Al cospetto delle Pale però non si resiste a qualche foto, ci fermiamo. Il Cimon è sempre ammantato di nubi. Che vanno, vengono, a volte si fermano… tornano alla mente le parole della Marini. Le rocce si mostrano e si nascondono, seducenti nel loro apparire e celarsi.
La funiviaaa…
Raggiungiamo la stazione della funivia che gli impianti ancora funzionano. Scopriamo così che c’è ancora tempo prima della chiusura: ne approfittiamo allora per fare due passi in S. Martino.
Torniamo alla funivia. Con una quantità di materiale da paura, che eventualmente lasceremo al rifugio, compresa la piccozza e i ramponi per il ghiacciaio che immaginiamo di dover affrontare il giorno successivo sulla via per la Cima  Fradusta.
Il rifugio Rosetta è accogliente: gestito da una “skyranner”(Mezzalana nel 2005) sempre in azione.
Un po’ di foto in attesa della cena: giocando con le luci del tramonto e le nuvole che però sono loro  che si prendono gioco, col mutare improvviso, delle fatiche del fotografo.
Buona cena in compagnia di alcuni giovani imprenditori padovani.
Notte stellata ma non fredda. Alba pulita. Colazione. Poi nubi dappertutto! Dove è finito il sole?
Partiamo nel grigio e così raggiungiamo la base della ferrata. Per un sentiero in corso di sistemazione. Altri gruppi arrivano dalla funivia.
La ferrata Lugli offre una buona arrampicata su roccia mai umida nonostante si sia immersi nelle nuvole. Non ci resta che immaginare lo spettacolo che ci si può godere salendo. Spigoli e placche si superano agevolmente con l’aiuto del cavo metallico e un po’ di forza di braccia. Dopo circa tre ore, eccoci al bivacco “Fiamme Gialle”: è rosso, chissà perché me lo aspettavo giallo!
Sole oltre le nubi: la vetta del Cimone si scopre e ricopre tante volte. Foto.
Avanti ancora per cima Vezzana e ancora foto dalla vetta.
Poi ci capita di ascoltare un gruppo che conosce bene la zona e li seguiamo nella discesa. L’ambiente è interessante. Raggiungiamo un secondo bivacco nella val Strutt affrontando un percorso assai più lungo di quello originariamente progettato. Oltre questa valle un’altra perpendicolare e più estesa, quella delle Comelle: sotto scorre un torrente quasi secco con ampi depositi alluvionali, attorno nuvole e cime. La via è lunga e la stanchezza si fa sentire. Dall’altra parte della valle si stende il desertico altopiano delle Pale. Rientriamo al rifugio per l’ora di cena. E’ bello rifocillarsi con un buon minestrone, allora.
Non c’è più l’affollamento della sera prima. La sensazione è di appartenere a un gruppo di persone esclusivo, quello di chi sa apprezzare l’ambiente montano con le sue fatiche e la sua variabilità e che sa cogliere come opportunità anche una giornata non proprio solare.
La stanchezza mi fa abbandonare la sala appena dopo aver terminato la cena. Sonno profondo e molto produttivo. Sveglia tranquilla senza l’affanno delle grandi imprese: anche questi momenti più rilassati sono belli da assaporare.
Si parte per il deserto. Quello dell’altipiano. Oggi forse più di altri giorni perché le nuvole lo circondano a giro d’orizzonte e lo separano dal resto del mondo.
La rispondenza del paesaggio con le descrizioni letterarie è tale che la memoria ne risulta amplificata. Le parole di Rigoni Stern e di Buzzati sembrano scritte sulla pietra. E colline e risalti di roccia si trasformano in garitte e trincee, fortini ed avamposti.
Non c’è nessuno, neanche il vento. Solo il silenzio. Un tempo sospeso. Potrebbe essere così l’ultimo viaggio?
Incredibile il fascino in ciò che c’è attorno. Seducente nella sua essenzialità. In direzione della cima Fradusta vediamo il ghiacciaio e il lago ai suoi piedi. Anzi quel che resta del ghiacciaio, fossile e sospeso come il tempo. Lo aggiriamo per cresta rocciosa e frastagliata. Sottile e sospesa anch’essa: da un lato, in basso il ghiacciaio, dall’altra il mare di nuvole e il nulla.
Nonostante le nuvole il tempo sembra però tenere. Scendiamo.
Raggiungiamo il lago per fotografarlo. Poi dopo una rapida scorsa alla pseudo-cartina decidiamo di perderci all’interno dell’altipiano alla ricerca del lago Manna. Dopo saliscendi interminabili lo troviamo, anzi li troviamo, due, forse i resti di un unico lago più grande.
Ci troviamo praticamente al centro del grande altipiano delle Pale, il più esteso, si dice, delle Alpi.
Deserto roccioso. Poca la vegetazione che in questo nulla di pietre si fa notare, nonostante i pallidi colori.
Ben presto il grigio che era attorno ci inghiotte, inesorabile. Siamo avvolti dalla nebbia. Nel bel mezzo di un deserto. A distanza dal rifugio. Senza una valida cartina. Senza la bussola. Senza nessuno attorno. Senza scorte di viveri.
Beh, ce la siamo proprio cercata: è così che cominciano i guai?
Non fa freddo, siamo fortunati. Doppiamente. Perché la scelta, quasi infantile, di andare a vedere il lago nel bel mezzo del deserto, ci ha aiutato. Ci ha consentito di spostarci sulla rotta di collegamento tra due rifugi, il Rosetta e il Treviso, molto frequentata. Non oggi, non adesso con questo tempo divenuto avverso. Ma comunque, perché frequentata, più curata nella segnaletica. Migliore rispetto al percorso del mattino, affrontato senza problemi essendo ancora nella luce del sole.
Scopriamo, cercandoli con attenzione, a volte quasi con affanno, una serie di ometti, bolli e cartelli posti strategicamente a distanza di vista. Non ne perdiamo uno, sempre ritornando sui nostri passi se, come in qualche rara occasione, tentiamo un percorso in apparenza più diretto. Su e giù, destra e sinistra, bollo dopo bollo. Ometto dopo ometto, un invisibile filo di arianna teso tra le rocce. Attorno il grigio assoluto. Silenzio. Persino il nostro camminare non riesce a produrre che rumori ovattati. E camminiamo. A lungo. Con estrema fiducia nei segnali. Apprezzando il loro periodico apparire, fermandoci, se necessario, a cercare il successivo. Il tempo passa. Dobbiamo passare dal rifugio e ritirare l’attrezzatura inutilizzata e poi raggiungere la funivia. Ancora la funivia da prendere in tempo. Come all’andata. Perderla ora significherebbe una discesa pesantissima con il carico che ci siamo portati dietro. Ma il rifugio non compare. Solo nebbia. Nessuna voce o suono rassicurante. Neanche i gracchi che a volte sembrano irridere alle fatiche degli alpinisti con il loro gracchiare insistente e con l’invidiabile capacità di volteggiare beatamente. Grigio attorno. Possibile che doveva finire così? Poi perdiamo ogni riferimento.
Dove sono i bolli rossi, o i simpatici ometti, alcuni dei quali degni di essere immortalati in qualche foto? Possibile che d’un tratto i curatori dei sentieri abbiano deciso di non dare più indicazioni? Avranno finito la vernice e non saranno voluti tornare a completare il lavoro? Il tempo peggiora: comincia a fare freddo. Siamo fermi cercando il bollo che manca. Vento gelido. Comincia a piovigginare. Sempre più forte. Maledizione: qui la situazione non è grigia, è proprio nera! Ci copriamo: portarsi anche il vestiario da ghiaccio torna utile adesso. Piove ormai con insistenza. Dove sono i bolli? Forse è la stanchezza che non ce li fa trovare? Chiedo a Giovanni di fermarsi sull’ultimo bollo incontrato. Io mi sposto restando sempre in vista l’uno dell’altro. Sinistra, destra, avanti. Nulla. Il vento ti sbatte in faccia la pioggia. Quella fredda, quasi nevischio, che punge di più. Torno allo zaino, al bollo dove è Giovanni. Mi giro per ripartire ed ecco uno spiraglio. Visione di incanto. A un centinaio di metri la sagoma del rifugio. Rassicurante presenza. Ma non c’è neanche il tempo di studiare il percorso che lo spiraglio si chiude definitivamente. Allora dritti verso quel grigio dietro il quale ci deve essere il rifugio perché lo abbiamo visto. Dritti, qualunque terreno i nostri piedi incontrino. Su e giù, dritti. Ma piegati dallo sferzare della pioggia sempre più insistente. Finalmente di nuovo il rifugio. Ricompare quando ormai lo possiamo toccare. Non possiamo gioire del tutto perché è la funivia che dobbiamo raggiungere. Con tutta la attrezzatura e ancora sotto l’acqua. Ci scaldiamo un po’ all’interno del rifugio mentre risistemiamo i bagagli. E via di nuovo sotto l’acqua. Quanto pesa adesso l’attrezzatura in eccesso. In salita verso la funivia. Che appare e scompare ma la traccia da percorrere è evidentissima. Ancora pochi passi e siamo sotto la stazione della funivia.
Fine dell’acqua, della tensione, della fatica. Ma anche dell’avventura.
Il ritorno in auto si svolge senza problemi, è lunedì: il rientro dalle vacanze si è accumulato ieri.
Alla prossima, Giovanni.

alba-dal-rif-rosetta-2008-04.jpg  altopiano-delle-pale-2008-099.jpg  cima-vezzana-2008-63.jpg

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